Ripristinata la calma nella prima mattinata di oggi grazie al blitz dei reparti speciali giunti anche da Firenze. Nessun ferito dopo ore di disordini e barricate: si riaccende il faro su sovraffollamento e carenze d’organico
PISA – È rientrata soltanto nella prima mattinata di oggi, giovedì 1° ottobre, la grave situazione di tensione e disordine scoppiata dal tardo pomeriggio di ieri all’interno del carcere Don Bosco di Pisa. A riportare la situazione alla calma e a riprendere il pieno controllo del braccio giudiziario sono stati gli uomini della Polizia Penitenziaria, intervenuti con determinazione grazie anche al fondamentale supporto dei reparti speciali e dei colleghi giunti tempestivamente da Firenze.
L’operazione di ripristino dell’ordine interno ha portato all’arresto di quattro persone detenute, ritenute responsabili di aver promosso, organizzato e incitato la sommossa. Secondo le informazioni finora rese disponibili dalle autorità, fortunatamente non si registrano persone ferite né tra il personale di custodia né tra la popolazione carceraria, nonostante i concitati momenti di scontro, le barricate erette tra i piani e il lancio di oggetti verificatisi durante le fasi più calde della protesta.
I disordini erano scoppiati intorno alle 18:00 di ieri, quando un gruppo di circa quaranta reclusi appartenenti alla sezione “secondo giudiziario” si era barricato impedendo l’accesso agli agenti. Una protesta clamorosa, giunta persino sui canali social con la trasmissione in diretta streaming degli scontri da parte di un detenuto, che ha tenuto con il fiato sospeso l’intera città per tutta la notte, mentre all’esterno dell’istituto di pena si manteneva alto il presidio delle forze dell’ordine e dei mezzi di soccorso.
L’ennesimo e grave episodio riaccende inevitabilmente e drammaticamente i riflettori sulle condizioni critiche in cui versa la Casa circondariale pisana. Da tempo il Don Bosco si trova ad affrontare le croniche piaghe del grave sovraffollamento delle celle e della severa carenza di personale della Polizia Penitenziaria, elementi che continuano a rendere estremamente complessa e precaria la gestione della sicurezza e della vita quotidiana all’interno della struttura.
I FATTI Serata di altissima tensione e scontro aperto all’interno della Casa circondariale Don Bosco di Pisa. Intorno alle 18:00 di oggi, mercoledì 30 settembre 2026, è scoppiata una violenta rivolta che ha visto coinvolti circa 40 detenuti della sezione “secondo giudiziario”, i quali si sono barricati al piano rifiutando di far entrare il personale e dando vita a una fittta sassaiola con lancio di oggetti e acqua verso gli agenti della Polizia Penitenziaria.
I reclusi hanno chiesto un colloquio immediato con la direttrice della struttura e con il comandante della Polizia Penitenziaria per presentare le proprie rivendicazioni. La situazione è apparsa fin da subito criticità al punto da richiedere l’intervento di supporto da parte della Questura di Pisa e l’invio d’urgenza dei reparti speciali della Penitenziaria giunti da Firenze. Fuori dai cancelli della struttura di via Don Bosco si sono radunati diversi automezzi delle forze dell’ordine e dei soccorsi, mentre all’interno gli agenti, equipaggiati con scudi, caschi e manganelli, sono intervenuti in assetto anti-sommossa, facendo ricorso anche al lancio di fumogeni e lacrimogeni per cercare di riprendere il controllo del braccio e sbaragliare le barricate erette tra le inferriate e le scale di collegamento.
A rendere ancora più surreale e senza precedenti il quadro della protesta è stata la trasmissione in tempo reale degli scontri sui social network. Un detenuto di nazionalità albanese ha infatti avviato una diretta streaming su TikTok da una cella, mostrando i momenti concitati della sommossa a circa 15 mila spettatori collegati contemporaneamente. Nel video, oltre alle immagini degli agenti schierati lungo le scale oltre le sbarre, sono stati mostrati alcuni dispositivi elettronici, facendo intendere che la scintilla della rivolta sia scoccata proprio a seguito dei controlli e del sequestro di telefoni cellulari all’interno delle celle. Durante la trasmissione si sono distinti chiaramente attimi di panico e voci che richiedevano l’intervento del personale medico e delle ambulanze.
L’episodio odierno rappresenta l’ennesima ed ennesima spia d’allarme sulle criticità strutturali del penitenziario pisano. Da tempo la Camera Penale di Pisa, le associazioni di volontariato e la Garante dei diritti dei detenuti denunciano le condizioni insostenibili del Don Bosco, gravato da un forte sovraffollamento che conta oltre 300 reclusi — situazione peggiorata di recente anche a seguito della chiusura di una sezione del carcere di Sollicciano e del conseguente trasferimento di detenuti a Pisa — unitamente a gravissime carenze igienico-sanitarie, presenze di cimici nei letti e un numero del tutto insufficiente di docce a disposizione della popolazione carceraria.
Ha scritto il Sappe
È rientrata questa mattina, intorno alle 6, la grave protesta scoppiata ieri nella Casa Circondariale di Pisa, dove i detenuti si erano barricati rifiutando di rientrare nelle celle e hanno completamente devastato due sezioni del Secondo Giudiziario e metà del Primo Giudiziario. La situazione, inizialmente di estrema tensione, è stata riportata alla normalità grazie all’opera di mediazione e negoziazione del personale di Polizia Penitenziaria e dei vertici dell’Istituto pisano senza che si rendesse necessario l’impiego della forza.
Sul posto era intervenuto il personale di supporto (POR), mentre era stato predisposto anche l’intervento del Gruppo di Intervento Operativo (GIO). Tutto il personale di Polizia Penitenziaria libero dal servizio era stato richiamato e posto in presidio all’esterno dell’istituto.
“Il merito dell’esito positivo va all’opera di mediazione e negoziazione condotta da tutto il personale che ha operato con professionalità, equilibrio e straordinario senso dello Stato – sottolinea Donato Capece, segretario generale del SAPPE–. Prezioso è stato anche il contributo del negoziatore del Corpo, una figura specialistica che ha dimostrato sul campo la propria importanza nella gestione non conflittuale degli eventi critici”.
“Quello che è accaduto a Pisa – aggiunge Francesco Oliviero, segretario SAPPE per la Toscana – conferma, tuttavia, quanto sia diventata difficile la situazione nelle carceri toscane. Il carcere di Pisa e gli altri istituti della regione sono ormai un vero e proprio inferno lavorativo, gestito nella totale indifferenza dell’Amministrazione Penitenziaria centrale. A fronte di una situazione di questa gravità, la proposta di integrazione dell’organico arrivata dai vertici è di appena 55 uomini e 5 donne, complessivamente 60 unità da distribuire in tutti gli istituti dell’intero distretto toscano”.
“È una misura del tutto insufficiente rispetto alle esigenze reali e rischia di apparire come una risposta inadeguata a chi quotidianamente lavora esposto a situazioni di pericolo – prosegue Oliviero –. Le piante organiche, come denunciamo da tempo, non sono mai state adeguate alle effettive necessità degli istituti. Il risultato di anni di tagli, disattenzione e carenze organizzative è sotto gli occhi di tutti: sezioni devastate, poliziotti costretti a turni massacranti e condizioni di sicurezza sempre più difficili”.
Il SAPPE esprime “vicinanza e solidarietà ai colleghi impegnati nelle ore più critiche nel ripristino dell’ordine e della sicurezza” e chiede al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria “un intervento immediato, concreto e strutturale, prima che il progressivo deterioramento delle condizioni degli istituti possa determinare conseguenze ancora più gravi”.
Il sindacato sottolinea inoltre l’importanza della figura del Negoziatore del Corpo di polizia penitenziaria, istituita con il decreto ministeriale 14 aprile 2025, firmato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il provvedimento disciplina compiti, organizzazione, accesso e formazione dei negoziatori, prevedendone l’impiego “per coadiuvare la risoluzione di eventi critici di speciale complessità in ambito penitenziario”, attraverso tecniche operative funzionali alla gestione non conflittuale delle situazioni e alla riduzione del danno.
LE REAZIONI DELLA POLITICA
Ha scritto Diego Petrucci, vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana.
“Esprimo la mia totale e incondizionata solidarietà agli agenti della Polizia Penitenziaria del carcere Don Bosco di Pisa e ai colleghi giunti da Firenze, che con grande professionalità e senso del dovere sono riusciti a domare la violenta rivolta scoppiata ieri sera e a riportare l’ordine all’interno della struttura.
La situazione delle carceri è complessa e deriva da anni di totale immobilismo sul tema, bisogna però fare una riflessione sulla popolazione carceraria. Il Don Bosco è infatti uno delle carceri toscane che vede una delle più alte percentuali di detenuti stranieri, quasi il 60%, come ho avuto modo di constatare nel sopralluogo che abbiamo fatto lo scorso giugno.
La strada da seguire quindi, è anche quella di accelerare le espulsioni degli immigrati che delinquono, è tempo che si finisca di frapporre ostacoli o cavilli giuridici che impediscono i rimpatri. Su questo punto accogliamo con favore il fatto che il Governo stia portando avanti la realizzazione di un Centro per i Rimpatri nella nostra Regione” lo dichiara il consigliere regionale di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Consiglio regionale Diego Petrucci.
Ha scritto il senatore della Lega Manfredi Potenti.
Manfredi Potenti(Lega):”Pisa: rivolta al carcere Don Bosco con tanto di diretta social da parte dei detenuti. Conosciamo le problematiche all’interno delle strutture carcerarie ma chi è recluso non dovrebbe poter utilizzare telefonini in cella. Nostra interrogazione al Ministero per chiarire quanto successo e le responsabilità.”
“Siamo, ovviamente, a conoscenza delle varie criticità presenti nelle carceri italiane e toscane(il Don Bosco di Pisa non fa eccezione)ma è inammissibile che dei detenuti possano, impunemente, fare addirittura delle dirette social, comunicando agevolmente con l’esterno. Quello che è accaduto nella struttura carceraria pisana è, per noi, inaccettabile e ringraziamo le Autorità competenti per aver gestito al meglio la situazione. Ribadiamo che il fatto non debba essere assolutamente sottovalutato e per tale motivo predisporremo una specifica interrogazione al Ministero della Giustizia, perché è fondamentale chiarire in dettaglio i termini della grave vicenda e accertare le responsabilità. Ci preme, altresì, sottolineare come i problemi non riguardino solo i reclusi, ma pure la Polizia penitenziaria che lavora quotidianamente tra mille difficoltà, troppo spesso colpevolmente sottaciute, specialmente dalla Sinistra. Non vorremmo che, di questo passo, i poliziotti si trovassero, dunque, in condizioni ancora peggiori di chi deve giustamente scontare una pena perché ha commesso un reato.”
Ha scritto Paolo Martinelli, capogruppo La Città delle Persone.
Ieri sera eravamo di fronte alla casa circondariale don Bosco, con apprensione, per capire l’evoluzione di quanto stesse accadendo.
Abbiamo visto passare e ripartire alcune ambulanze a sirene spiegate.
Erano presenti i detenuti in semilibertà che hanno atteso molto tempo prima di poter rientrare per la notte, familiari preoccupati, giornalisti, volontari, consiglieri comunali ed altri cittadini.
La rivolta scoppiata nel tardo pomeriggio e durata tutta la notte, che pare essersi conclusa alla luci dell’alba dopo una lunga mediazione seguita anche dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Pisa, è l’esito di una condizione invivibile ed ingiusta, per i detenuti e per chi ci lavora, che è stata denunciata ed accertata negli ultimi mesi da più parti e che oggi accende un ulteriore riflettore nazionale.
Sovraffollamento, carenze di organico, condizioni igieniche inaccettabili, morsi di cimici. In queste condizioni l’art. 27 cost. viene calpestato.
Hanno scritto Luigi Sofia, capogruppo Sinistra Unita, Anna Più, segretaria provinciale Sinistra italiana, Andrea Aretini, coordinatore Sinistra italiana Pisa.
Ieri sera al carcere Don Bosco di Pisa alcune decine di detenuti si sono barricati all’interno di un reparto. La protesta è stata trasmessa persino in diretta su TikTok. Secondo le prime ricostruzioni, la scintilla sarebbe stata il ritrovamento nelle celle di microspie e telecamere collocate a fini investigativi. I detenuti hanno chiesto di incontrare la direzione e il comandante della Polizia penitenziaria. Sono intervenuti agenti, carabinieri, Polizia penitenziaria e mezzi di soccorso.
La protesta è poi rientrata e saranno le autorità competenti ad accertare esattamente che cosa sia successo e le eventuali responsabilità.
Una cosa, però, possiamo dirla già oggi: quello che è accaduto non nasce nel vuoto.
A luglio siamo entrati nel carcere Don Bosco. Abbiamo visitato insieme a Ilaria Cucchi il carcere. Quel giorno assistemmo a scene di autolesionismo e al tentativo di suicidio di un giovanissimo detenuto, salvato grazie all’intervento degli agenti della Polizia penitenziaria.
I numeri raccontavano già allora una situazione impressionante: 306 persone detenute a fronte di 199 posti regolamentari. A questo si aggiungevano la carenza di personale, condizioni igienico-sanitarie precarie e una situazione quotidiana sempre più difficile da sostenere, tanto per le persone recluse quanto per chi nel carcere lavora ogni giorno.
Ilaria Cucchi disse di aver visto con i propri occhi la sofferenza dei detenuti e quella degli agenti della Polizia penitenziaria.
Ed è questo un punto che non dovrebbe mai essere dimenticato.
Quando un carcere viene lasciato sprofondare nel sovraffollamento, nel degrado, nelle carenze igienico-sanitarie e nella mancanza di personale, a pagarne le conseguenze sono tutti: le persone recluse e le persone che lì dentro lavorano.
La pena non cancella la dignità della persona. E un carcere nel quale vengono meno condizioni dignitose, sicurezza, igiene, personale, assistenza e possibilità concreta di rieducazione non diventa più sicuro semplicemente perché decidiamo di non parlarne.
Anzi.
Ignorare per mesi una situazione che continua a peggiorare non produce sicurezza. Aumenta il rischio che le tensioni esplodano.
Serve capire fino in fondo cosa sia successo ieri sera. Ma soprattutto serve finalmente affrontare quello che accade ogni giorno dietro quelle mura.
Per questo porteremo quanto accaduto anche in Parlamento, attraverso atti dei nostri rappresentanti istituzionali, per chiedere al Governo quali iniziative intenda assumere sulla situazione del Don Bosco: sul sovraffollamento, specie nella seconda sezione giudiziaria dove è avvenuta la rivolta, sulle condizioni igienico-sanitarie, sulla tutela e sulla dignità delle persone detenute, sulla carenza di personale e sulle condizioni di lavoro e di sicurezza degli agenti e di tutti gli operatori.
La visita di luglio ci aveva già consegnato un messaggio chiarissimo: la situazione stava peggiorando.
Quello che è successo ieri impone di non voltarsi dall’altra parte.
Ognuno deve fare la propria parte. E deve farla adesso, con scadenze e impegni concreti, come abbiamo già ribadito in commissione sociale.
I diritti fondamentali si misurano soprattutto nei luoghi dove è più facile dimenticarsene.
Noi continueremo a parlarne.
Ha scritto Enrico Bruni, consigliere comunale del Partito Democratico di Pisa.
La protesta scoppiata ieri sera, nella Casa circondariale Don Bosco di Pisa è rientrata soltanto all’alba, dopo ore di trattativa e grazie ai mediatori della Polizia penitenziaria che hanno svolto un importante lavoro affinché la situazione non scivolasse ulteriormente verso il peggio. Secondo le prime ricostruzioni, alcune decine di detenuti hanno preso il controllo di una parte del secondo reparto giudiziario dopo la scoperta nelle celle di presunte microspie.
Ieri sera siamo stati a lungo davanti al Don Bosco, insieme ai volontari del carcere e vicini ai familiari dei detenuti. Da quando siamo arrivati fino al momento in cui siamo andati via abbiamo contato almeno otto ambulanze entrare e uscire dalla struttura.
I familiari presenti hanno mostrato fotografie di detenuti con il corpo segnato da numerose punture di cimici e con importanti lesioni cutanee, alcune delle quali venivano indicate come possibili manifestazioni di scabbia. Già il 20 settembre una familiare aveva denunciato la presenza nel Don Bosco di topi, blatte e cimici nei letti, oltre a muffa, sporcizia e gravi problemi di igiene. Una relazione della Asl del 19 agosto aveva inoltre segnalato tracce di topi nelle cucine, muffe, cimici da letto e celle con meno di tre metri quadrati disponibili per persona.
Antigone, nel suo rapporto di metà anno pubblicato ad agosto, aveva indicato espressamente Pisa tra gli istituti in cui erano state riscontrate infestazioni di cimici da letto e aveva parlato di condizioni “al limite della sopravvivenza”, dentro un quadro di sovraffollamento ormai strutturale, riconoscendo Pisa e Sollicciano come due delle situazioni più critiche della Toscana.
Un carcere sovraffollato, nel quale vengono denunciate cimici, topi, muffe e condizioni igieniche insufficienti, non è un problema soltanto per chi vi è detenuto. È un problema per chi vi lavora, per le famiglie e per tutta la città. Il 16 ottobre, come Giovani Democratici, abbiamo già programmato una visita alla Casa circondariale Don Bosco. Dopo la notte di ieri quella visita assume un valore ancora maggiore.
La protesta è terminata. I problemi che l’hanno innescata, invece, sono ancora tutti lì. E sarebbe il peggiore degli errori pensare che, chiusi i cancelli e spente le sirene, si possa semplicemente tornare alla normalità.
Ha scritto Ylenia Zambito, senatrice del Partito Democratico.
“Gli eventi della notte al penitenziario “Don Bosco” di Pisa dimostrano il superamento della soglia di allerta e il punto di rottura raggiunto nelle carceri”, lo dichiara la senatrice del PD Ylenia Zambito, evidenziando come l’estremo sovraffollamento della struttura abbia fatto da miccia alla rivolta, quale sintomo di una cecità politica evidente e pericolosa.
La parlamentare richiama le continue segnalazioni, interrogazioni e ispezioni svolte negli ultimi mesi, accusando il Governo di aver sistematicamente ignorato la grave crisi degli istituti di pena italiani, toscani e pisani. Ed auspica che il ministro Nordio finalmente comprenda “come le tensioni delle ultime ore rendano impossibile continuare a ignorare il grido d’aiuto dal carcere”.
“Servono risposte istituzionali urgenti e interventi strutturali immediati, non il silenzio di un esecutivo sordo ai diritti costituzionali e umani dei reclusi e alla sicurezza del personale, nonostante l’intenso lavoro svolto dalla Direttrice e dai suoi collaboratori”, ha concluso Zambito.
Sulla vicenda interviene anche il segretario provinciale PD Giovanni Russo. “Ho seguito con preoccupazione quanto accaduto tra il pomeriggio di ieri e la nottata al carcere Don Bosco”, ha detto.
“Come federazione provinciale del partito – ha proseguito il leader provinciale dem – sosteniamo quello che è un vero e proprio grido d’aiuto. Le carceri italiane non sono all’altezza del loro compito e certificano il fallimento del governo: condizioni di vita disumane, sovraffollamento, percorsi di reinserimento insufficienti, investimenti non pervenuti. Il rapporto di Antigone parla chiaro e la situazione va a minare lo spirito della nostra Costituzione. Che il governo intervenga e si prenda in carico la questione, una volta per tutte”.
Ha scritto Alessandra Nardini, assessora regionale cdel Partito Democratico.
“In queste ore, ho seguito con grande attenzione quanto accaduto al Don Bosco di Pisa. Su quanto accaduto saranno condotti gli accertamenti necessari, ma ci tengo a dire alcune cose precise. Come sottolineato anche dal Presidente Giani, è fondamentale che il dialogo e il confronto prevalgano e che vengano tutelate tanto la dignità delle persone detenute quanto la sicurezza di quelle che lavorano nel carcere in una situazione complicatissima. A questo proposito, il mio ringraziamento va a chi in queste ore ha lavorato per questo, a partire dalla Direttrice Lanzarotto, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare la dedizione con cui porta avanti il suo ruolo, e alla Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del carcere di Pisa, l’avvocata Valentina Abu Awwad, con cui mi sono sentita in queste ore e che ieri, appena saputo cosa stava accadendo, si è recata sul posto.
Le condizioni del carcere di Pisa le conosco bene, anche per le visite che ho effettuato negli ultimi mesi, e tornerò anche nelle prossime settimane. Il sovraffollamento che c’è è intollerabile, e si è ulteriormente aggravato dopo il sequestro delle sezioni di Sollicciano, che ha portato a trasferimenti anche a Pisa. Ma non è solo questo: da tempo denunciamo una situazione insostenibile, sia per quanto riguarda i numeri che per quanto riguarda le carenze strutturali e igienico-sanitarie, soprattutto nelle sezioni maschili. Sono condizioni indegne. Ha ragione l’avvocato Vincenzini, Presidente dell’Osservatorio Antigone Toscana, a menzionare l’infestazione di cimici da letto. Anche io ho ascoltato i racconti dei detenuti esasperati da questo e ho visto i segni sul loro corpo.
Servono interventi concreti perché, come sottolineato anche dal Garante regionale Fanfani, non si può aggiungere altra sofferenza alla sofferenza, non deve accadere.
Il Governo non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Le carceri hanno bisogno di investimenti, di interventi strutturali, di più personale. C’è bisogno di rimettere al centro il tema della rieducazione e della risocializzazione. La pena deve rispettare la Costituzione e la dignità umana”.
Ha scritto Diritti in comune.
La rivolta nata all’interno del carcere Don Bosco è il frutto purtroppo inevitabile di scelte politiche che da anni ritengono le politiche di investimento sulle carceri del tutto secondarie.
Se, infatti, la pena non può mai essere contraria al senso di umanità, ci dobbiamo chiedere che cosa stiamo facendo per alleviare la sofferenza delle persone private della libertà personale.
Perché scontare la pena in una struttura come quella del carcere Don bosco non può che essere una sofferenza ed anche – e sopratutto – perché a patire quella sofferenza sono delle persone.
Questa riflessione che dovrebbe essere scontata appare tutt’altro che chiara e cogente per le autorità che potrebbero adoperarsi per una prospettiva di cambiamento e, tra queste, anche l’amministrazione comunale.
Lo abbiamo denunciato da tempo, lo abbiamo ripetuto proponendo un esposto alla asl e abbiamo raccontato i drammatici esiti della relazione dell’azienda sanitaria.
Le parole delle associazioni, dei volontari e delle volontarie, del cappellano, sono state tutte ascoltate più volte anche nel corso delle commissioni consiliari e da quei racconti, da tempo, abbiamo provato ad avanzare una proposta operativa per la realizzazione di un tavolo permanente che possa essere luogo per pensare e costruire politiche che incidano davvero sulle difficoltà di vita della popolazione detenuta dentro e fuori le mura.
La necessità di rimettere al centro le persone private della libertà personale e la dignità delle loro vite è cruciale, come hanno avuto modo di sottolineare anche la Direttrice del carcere e la Garante per i diritti delle persone private della libertà personale quando sono state sentite in commissione. In carcere ci sono molte persone nei cui confronti lo stato sociale e i servizi hanno fallito. La responsabilità del sovraffollamento è collettiva: alle dichiarazioni di vicinanza deve sostituirsi l’assunzione pubblica di impegni concreti e verificabili.
Ancora una volta quindi insistiamo nel chiedere che esista un luogo permanente dove i soggetti che interagiscono con il carcere si confrontino con l’amministrazione comunale per attuare proposte politiche che, partendo da alcuni temi chiari e su cui l’ente ha competenza, possono incidere sul reinserimento lavorativo, sulla casa e sulla salute. Vista l’urgenza e la situazione di emergenza, chiediamo con forza che la Regione partecipi al tavolo con le proprie competenze: il tema non è solo agire per garantire dignità alle persone recluse, ma costruire le condizioni perchè in carcere ci si entri sempre meno o ne si esca con progetti di sostegno e di vera inclusione sociale, unica via efficace per abbattere la recidiva.
Insomma, occorre cooperazione e interventi urgenti, non slogan repressivi e marginalizzanti né nascondersi dietro allo spacchettamento di competenze per giustificare un immobilismo inaccettabile che ingenera sofferenza nella popolazione detenuta e a rischi per chi, volontario o meno, dentro al carcere opera o lavora.
Ha scritto Matteo Trapani, consigliere regionale del Partito Democratico.
«Ieri sera sono rimasto all’esterno dell’istituto fino a tarda notte, condividendo la preoccupazione con i familiari, i volontari e altri colleghi consiglieri comunali, mentre all’interno si lavorava senza sosta per riportare la situazione alla normalità. Fortunatamente, dopo ore di forte tensione, l’emergenza è rientrata. Questo è stato possibile soprattutto grazie a un prezioso lavoro di mediazione, per il quale voglio ringraziare sentitamente la direttrice, la Garante, gli agenti e tutti gli operatori impegnati in quei momenti così delicati e complessi».
Lo dichiara il consigliere regionale e capogruppo del Partito Democratico in Comune a Pisa, Matteo Trapani, intervenendo in merito ai disordini registrati ieri presso la Casa Circondariale Don Bosco.
«Fin da questa mattina – prosegue l’esponente Dem – sono in stretto contatto con la Direzione del carcere, a cui ho chiesto di essere costantemente aggiornato. Inoltre, ho manifestato la volontà di poter entrare personalmente nella struttura, non appena le imprescindibili esigenze di sicurezza lo consentiranno, per verificare in prima persona le condizioni dell’istituto e le criticità presenti».
Il consigliere regionale sottolinea poi la necessità di guardare oltre la singola emergenza: «È fondamentale non archiviare quanto accaduto ieri come un semplice episodio. Il sistema carcerario vive da tempo difficoltà profonde e strutturali che riguardano la carenza di spazi, i vuoti in organico, l’assistenza e le generali condizioni di vita. Quando queste criticità si accumulano ed esplodono, a pagare il prezzo più alto sono tutti. Ci sono le persone detenute, ma ci sono anche le donne e gli uomini che ogni giorno tengono in piedi il carcere: la Polizia Penitenziaria, il personale sanitario, gli educatori, gli operatori e la dirigenza. Non possiamo permetterci di lasciare soli né gli uni né gli altri. In questo senso, condivido la posizione espressa dal Garante regionale dei detenuti, Giuseppe Fanfani, che parla del Don Bosco come un carcere al collasso».
«Rinnovando il mio ringraziamento a chi ieri ha saputo gestire una situazione ad altissimo rischio, ribadisco che ora il governo nazionale deve smettere di ignorare la questione e spiegarci cosa può e deve essere fatto concretamente per evitare che simili tensioni si ripetano», conclude Trapani.
Ha scritto Potere al Popolo Pisa.
Sui giornali si legge di una rivolta violenta e di quattro arresti per chi l’ha fomentata. Tuttavia, ciò che emerge realmente dalla protesta dei detenuti del “Don Bosco” è una disperata richiesta di dignità, all’interno di un sistema che dimostra quotidianamente di non poterla e non volerla garantire.
Le microspie e telecamere nascoste all’interno delle celle sono state solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. I video pubblicati in diretta durante i disordini hanno documentato e denunciato una realtà inaccettabile: rifiuti fecali, topi e condizioni igienico-sanitarie indegne di un Paese civile.
Questa non è solo la realtà del Don Bosco, ma lo specchio dell’intero sistema carcerario italiano, ormai al collasso per un sovraffollamento strutturale che genera disperazione, autolesionismo e una strage continua, con 38 suicidi registrati solo nei primi sette mesi del 2026.
Chi parla dell’ insufficienza di agenti all’interno del carcere, dalla destra al centrosinistra, contribuisce solo a consolidare una “società-caserma”, che nelle galere italiane trova la sua più concreta e brutale rappresentazione.
Per uscire da questo fallimento occorre un cambio di paradigma: è necessario depenalizzare i reati minori legati al disagio sociale e implementare concretamente le misure alternative alla detenzione, in modo da svuotare immediatamente gli istituti. La qualità e il livello di democrazia di questo Paese sono oggi misurabili dalla dignità che viene quotidianamente negata ai detenuti, attraverso la sistematica violazione dei loro diritti umani più basilari.
Ha scritto Alessandra Orlanza, consigliera comunale di Fratelli d’Italia Pisa.
Quanto accaduto ieri nel carcere Don Bosco di Pisa è un fatto gravissimo, che non può essere minimizzato né archiviato come un semplice episodio di cronaca. È un’emergenza che ha messo a dura prova la sicurezza dell’istituto e che richiama ancora una volta l’attenzione sulle condizioni in cui il personale della Polizia Penitenziaria è costretto a lavorare ogni giorno.
A loro va la nostra piena solidarietà e il nostro riconoscimento. Sono donne e uomini che operano spesso nel silenzio, senza clamore e senza ricevere l’attenzione che meriterebbero. Non fanno notizia quando prevengono una situazione critica, quando garantiscono l’ordine, quando gestiscono tensioni e aggressioni, quando entrano in servizio sapendo di dover affrontare condizioni difficili e rischi concreti. Eppure, ogni giorno, portano avanti un lavoro fondamentale per lo Stato e per la sicurezza di tutti.
Lo scorso giungo, insieme al Consigliere Regionale Petrucci, membro della commissione sanità in regione, ed al Consigliere Comunale Barsantini, anche lui membro come me della seconda commissione consiliare permanente che si occupa di sociale, sicurezza e sanità, abbiamo incontrato il personale penitenziario proprio per dimostrare vicinanza e ascoltare direttamente le loro preoccupazioni. Quell’incontro è stato un’importante occasione di dialogo, utile a comprendere meglio criticità che conosciamo e che riguardano, purtroppo, numerosi istituti penitenziari italiani: carenze di organico, strutture inadeguate, sovraffollamento, difficoltà organizzative e un numero crescente di aggressioni ai danni degli agenti.
Il carcere Don Bosco di Pisa non è estraneo a questa realtà. Da tempo emergono problemi che richiedono risposte concrete, tempestive e strutturali. Oggi si contano i danni a una struttura che già presentava condizioni tutt’altro che ottimali. Ma il dato più importante, quello che ci rincuora, è che nessuna persona sia rimasta ferita, né tra il personale né tra i detenuti. È un elemento che non cancella la gravità dell’accaduto, ma che deve essere riconosciuto.
Non è il momento delle polemiche sterili. È il momento della responsabilità, e tocca a noi farci portavoce, con chi è chiamato a garantire la sicurezza. La Polizia Penitenziaria non può essere lasciata sola. Servono organici sufficienti, formazione, mezzi, strutture sicure e protocolli chiari per affrontare le emergenze. Servono, soprattutto, rispetto e riconoscimento.
Ribadiamo quindi la nostra piena disponibilità all’ascolto e al confronto con il personale, con le organizzazioni sindacali e con tutti coloro che operano quotidianamente all’interno del carcere, che nei prossimi giorni abbiamo intenzione di incontrare. Al tempo stesso, auspichiamo che prosegua con determinazione il lavoro del Governo per tutelare le forze dell’ordine e rafforzare la sicurezza degli istituti penitenziari.
La sicurezza non si garantisce con le dichiarazioni, ma con scelte concrete. E chi rischia ogni giorno per servire lo Stato merita finalmente risposte all’altezza del proprio impegno.
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